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LUIS (LUISITO) MONTI

Buenos Aires (Argentina) 15.05.1901 - Buenos Aires 09.09.1983
Oriundo, detto "doble ancho" (cioè armadio a due ante per le spalle molto larghe), è d'una durezza spaventosa nei tackle. Una specie di Bud Spencer del pallone, che fa girare al largo i centravanti di tutto il mondo, ma usa la medesima severità con se stesso.

La Juventus lo acquista nel '31 su consiglio di Orsi: quando si presenta in Italia, però, è 10 chili sopra peso e forse di più, in campo è tanto lento e arrugginito da essere ribattezzato "il centromediano che cammina". Lui stesso chiede ai dirigenti bianconeri di stare fuori squadra per poter recuperare fisicamente: è accontentato tra lo scetticismo generale e, in un paio di mesi di massacranti allenamenti, quasi al limite del masochismo, torna lo splendido e brutale atleta dei tempi d'oro. Un impasto di tecnica e potenza. Con la Juventus conquista quattro scudetti di fila, con gli azzurri si aggiudica il titolo del '34: è uno dei quattro giocatori (con Altarini, Puskas e Santamaria) ad aver partecipato ai mondiali con due nazionali diverse, ma è l'unico ad aver disputato due finali (la prima nel '30 con l'Argentina seconda classificata).

Nato a Baires da genitori italiani, si afferma nel San Lorenzo de Al magro e rivela le sue doti alle Olimpiadi di Amsterdam, nel '28, nella selezione biancoceleste sconfitta solo dall'Uruguay: lo stesso verdetto, due anni dopo, daranno i mondiali di Montevideo. In Italia ha debuttato tra i moschettieri di Pozzo nel novembre '32, a Milano, in uno storico 4-2 contro l'Ungheria in cui da un saggio delle sue micidiali qualità: non è veloce ma sopperisce con il senso della posizione, non è altissimo ma di testa le prende tutte. E, in special modo, ha una tempra travolgente, non teme nessuno. Nel '34 è tra i "leoni di Highbury", gli azzurri battuti con onore (per 3-2) a Londra dai maestri inglesi: dopo pochi minuti di gioco un avversario lo colpisce duro, subisce la frattura scomposta dell'alluce, eppure rimane in campo per l'intero primo tempo, vincendo il dolore lancinante.

Lascia la Juve nel '39, allena per un anno la Triestina, poi gira per mezza Europa in piena guerra: Francia, Svizzera, Spagna, Germania, Austria e Jugoslavia. Si ritira soltanto a quarantasei primavere, dopo qualche disavventura finanziaria (manda i soldi guadagnati al padrino della moglie, che li impiega in affari sballati). Avrà una lunga vita, fino all'età di ottantadue anni, e negli ultimi tempi non riconosce più il mondo della sua passione: "Ora i giocatori corrono dietro al pallone come una truppa di cavalli, manca intelligenza, questo non è più calcio". La stampa sudamericana lo saluta come "una gloria d'Argentina e d'Italia".
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